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La formazione degli adulti all’Aterno-Manthoné: corso serale e scuola carceraria

Continua il nostro viaggio sull’educazione per gli adulti, questo mese insieme a Marina Di Crescenzo, referente educazione degli adulti corso serale e scuola carceraria dell’Aterno-Manthoné di Pescara

Il corso serale, attivato nel nostro Istituto da 25 anni, oltre a permettere di rimettersi in gioco per qualsiasi motivo non si siano terminati gli studi, offre, insieme allo studio delle discipline di indirizzo, anche tante altre attività extra, dal teatro all’incontro con le molteplici realtà del territorio, dalle certificazioni informatiche alle certificazioni linguistiche.

Si tratta di corsi rivolti a chi ha solo la licenza media, a chi ha interrotto qualsiasi corso di studi, a partire dai 16 anni, e a chi vuole riqualificare il proprio titolo di studio.

Il corso serale è strutturato su quattro anni complessivi: un monoennio (primo e secondo insieme) seguito da un triennio con due indirizzi: Amministrazione finanza e marketing (il vecchio corso ragionieri) e Sistemi informativi aziendali (il vecchio corso per ragionieri programmatori).

Le lezioni si svolgono dal lunedì al venerdì, dalle 17.00 alle 22.00 per il monoennio e dalle 17.00 fino alle 21.00 per il triennio.

La durata dell’anno scolastico va da settembre a giugno (con la possibilità di fruire delle 150 ore di permesso studio) e il diploma finale ha esattamente lo stesso valore di quello conseguito dagli studenti del mattino.

Il costo di iscrizione è pari alle tasse governative più un piccolo contributo scolastico (in totale circa 90 euro l’anno).

Lo studio è concentrato sul lavoro svolto in classe.

Il mondo del corso per adulti è molto variegato: c’è il titolare della piccola impresa di pulizia che si sveglia la mattina alle quattro per andare a lavorare e poi la sera va a scuola. Ma c’è pure l’albanese arrivata in Italia con i barconi, che in quell’aula cerca il riscatto che poi, com’è successo, ottiene fino a laurearsi. Oppure la dipendente con la terza media che aspira a superare il concorso interno per avanzare di posizione, e si rimette sui libri, come fanno anche carrozzieri e poliziotti, guardie giurate ed ex detenuti, ragazze madri, badanti e studenti che, dopo troppe bocciature, la mattina, sono stati mandati a lavorare dai genitori e per recuperare, ora devono andare a scuola la sera.

Ascolto, disponibilità, offerta di una possibilità formativa e di preparazione al mondo “di fuori”: sono questi, invece, gli elementi fondamentali dell’intervento avviato, ormai sette anni fa, all’interno della casa circondariale San Donato di Pescara in collaborazione con il nostro Istituto.

Nel 2013/14 partimmo con una prima classe al carcere di San Donato.

Ricordo ancora lo studente tunisino, ingegnere in patria, che, oltre a parlare la sua lingua madre e il francese, citava a memoria l’intera Divina commedia, ovviamente in italiano…

Quest’anno le classi attivate sono quattro: una prima, una seconda, una terza e una quarta con gli indirizzi Amministrazione Finanza e Marketing e Sistemi Informativi Aziendali.

Abbiamo già diplomato, finora, 10 studenti e iscritto all’università, proprio quest’anno, 5 di loro (grazie all’intervento del Garante dei detenuti Gianmarco Cifaldi) seguendo io e i colleghi tutte le pratiche burocratiche.

Se è accettabile l’idea che gli utenti della scuola serale “esterna” siano interessati soprattutto al conseguimento del diploma, così non è per gli studenti detenuti. In carcere è fondamentale il percorso, non solo il suo esito. O meglio l’esito del percorso non è necessariamente il diploma.

In questo periodo di blocco forzato dell’attività didattica per l’emergenza Coronavirus l’Istituto si è attivato anche per l’istruzione degli adulti, con l’utilizzo della Didattica a distanza (DaD). Questa spinge verso un intelligente utilizzo delle tecnologie digitali e verso modalità comunicative innovative, per una proficua costruzione ragionata e guidata del cammino della conoscenza.

Attraverso la relazione umana e didattica tra docente e studenti, tra studenti e preside, tra studenti e tutto il personale della scuola, cerchiamo di vincere l’isolamento e il timore, generando fiducia.

La DaD prevede dei momenti di “fare scuola” in modalità sincrona e per questo il nostro istituto, sia per il corso diurno che per il corso serale, ha adottato oltre le aule virtuali fornite dal software del registro elettronico anche la piattaforma di formazione a distanza Google suite for education, un innovativo e versatile ambiente di apprendimento da alimentare, abitare, rimodulare, frequentare e la piattaforma Cisco Webex.

In questo momento se non c’è una Didattica a Distanza non c’è alcuna didattica: e questa è una novità sia per i docenti che per gli studenti. Siamo passati da social dove l’odio, la violenza, la cattiveria e l’ignoranza la facevano da padroni a social diventati strumento di aiuto, supporto, dialogo.

La scuola quasi sicuramente rimarrà chiusa ancora per molti giorni ma per l’attività all’interno del carcere la formazione a distanza non è possibile: il personale è ridotto, più del solito, mentre i collegamenti in rete sono possibili solo per le chiamate Skype con i familiari.

Pensare di attivare la didattica a distanza per i detenuti di Pescara è una speranza vana. In questo momento il personale dell’amministrazione penitenziaria ha altre priorità. Per raggiungere gli studenti noi prepariamo del materiale (cartaceo) per tutte le discipline e glielo facciamo recapitare. In questo periodo non possiamo appesantire ulteriormente il lavoro delle educatrici – che normalmente fungono da trait-d’union tra i docenti e gli alunni.

 La voglia di comunicare con il mondo

È un grande problema questa interruzione didattica perché gli studenti reclusi hanno voglia, hanno necessità, hanno un impellente bisogno di comunicare. E anche se non lo possono fare direttamente, mettere loro a disposizione gli strumenti per conoscere quanto di nuovo accade “fuori” per non escluderli definitivamente dalla vita, una volta conclusa la pena, può essere una occasione formativa e riabilitativa di grande pregio e di grande importanza sociale.

La difficoltà nel seguire con continuità, difficoltà oggettive e soggettive

Tra gli studenti c’è un’alta percentuale di abbandono, dovuta a: perdita di interesse, trasferimento da carcere a carcere, processi, scarcerazione, malattia, autolesionismo, morte, incompatibilità con gli orari imposti dal carcere o con altre attività considerate più convenienti, come le attività lavorative che permettono loro di poter guadagnare piccole cifre, pur necessarie.

Non ho mai voluto, né dovuto informarmi sui casi giudiziari dei miei studenti; ma vuoi o non vuoi, prima o poi, vieni a sapere perché stanno dentro. Trattandosi di persone con limitati diritti di libertà e di comunicazione con l’esterno, si è sempre sul punto di essere coinvolti in un coacervo di storie, rapporti familiari, dinamiche lavorative, cambi di vita. L’insegnante, se non ha la capacità di porre dei limiti e ricondursi all’interno delle proprie mansioni, rischia di scivolare in improbabili ruoli di consulente, medico, terapeuta, scrivano, guardia, prete, assistente sociale, psicologo, mamma, avvocato.

Il dover continuamente fare i conti con tutte queste variabili indipendenti impone ai docenti, e agli studenti, un percorso formativo necessariamente molto frastagliato, accidentato. Una metafora della loro risalita verso la vita “normale”, fatta di tanti ostacoli da superare, quasi una metafora della catarsi a cui sono comunque votati per l’espiazione della pena.

I tuoi studenti diventano persone di famiglia.

E quando succede che tornano a delinquere o combinano qualcosa all’interno del carcere è come una coltellata che ti colpisce a tradimento. Sì, ti senti tradito.

Così come gioisci quando vanno in permesso, incontrano i propri cari, o magari – com’è successo ai nostri cinque studenti della classe quinta dell’anno scorso – vincono il premio del Rotary su Casa D’Annunzio di 500 euro e lo ritirano in una cerimonia pubblica qui in Provincia. In quell’occasione, siamo andati a festeggiare a pranzo, insieme con i loro familiari.

E poi tutte le attività più disparate affinché si superi quel muro: lo scambio degli auguri con gli studenti del nostro serale a Natale e a Pasqua, le conferenze, le piccole rappresentazioni teatrali, i concorsi di poesia, gli incontri con gli esperti.

Molti i segnali positivi. Un esempio? Sei studenti detenuti, una volta usciti o in articolo 21, hanno proseguito la loro formazione frequentando il nostro corso serale e uno di questi ha anche ottenuto il diploma “fuori”. In questo anno scolastico sono tre. Per i non addetti ai lavori l’art. 21 prevede che i detenuti possano essere assegnati al lavoro all’esterno rientrando a dormire in carcere.

Loro hanno capito che la scuola è importante, che la conoscenza è fondamentale.

Socrate diceva che il crimine è frutto di ignoranza.

I detenuti non sono corpi estranei o cellule tumorali nell’organismo sociale; lo diventano quando non si offre loro possibilità di recupero e reinserimento sociale.

È interesse di tutti che questo avvenga.

Termino con un refrain del nostro studente Aniello Cozzolino, che ha preso la licenza media con il Cpia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, che opera anch’esso all’interno del carcere) e adesso è nostro studente delle superiori.

Aniello nei momenti in cui qualche suo collega è depresso, vuole buttare la spugna, vuole abbandonare la scuola e dice “Ormai sei un detenuto, sei marchiato a vita”, risponde sempre così: “I detenuti tendono a piangersi addosso invece di cercare il lato positivo delle cose, nonostante il dramma della reclusione. La cosa bella è svegliarsi la mattina, magari con un raggio di sole e dire sì, ce la farò, ce la devo fare”.