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Sottosopra

Passeggiata nel mondo (di) Sottosopra

Sono le sei del pomeriggio ed è febbraio, la luce del sole è già abbastanza bassa per ammantare la città di un grigio uniforme lasciando all’illuminazione pubblica il compito di fare le differenze tra i posti a maggiore e a minore interesse pubblico.

Parto con la bicicletta da una zona residenziale, semi-illuminata, percorsa dalle macchine e poco dai passeggianti. Mi sposto di 400 metri verso sud, le luminarie si fanno più rare e me ne accorgo mentre maledico la solita fretta che mi fa partire senza montare le luci alla bici.

Arrivo a un crocevia di strade larghe, rotonde piccole e palazzi alti. Dovrei essere nei paraggi del mio appuntamento, il posto doveva essere lì ma non lo trovo. Chiamo Cristina, l’ideatrice, fondatrice e animatrice dell’associazione Sottosopra. Mi guida meglio di Google Maps tra strade illuminate ormai quasi solo dalle insegne di bar modesti e palazzine basse, dove i “portici” sono lontanissimi parenti cadetti dei blasonati bolognesi, alti un paio di metri o poco più, squadrati e indifferenziati sotto le palazzine, tutte identiche, ravvicinate, dove arriva poca luce anche col sole a picco, tipiche dell’edilizia che secondo qualcuno è popolare.

Cristina mi guida fino a dirmi “parcheggia, ti vengo a prendere”. La ringrazio per la guida esperta e cominciamo finalmente il viaggio di conoscenza tra i luoghi dell’associazione.

Negli ambienti di una scuola, con le porte verniciate di grigio (e quale altro colore sennò?), dove campeggiano ancora targhette come “Dirigente scolastico”, tre anni fa entra “Sottosopra”, l’associazione voluta da Cristina Celsi nel 2012 per andare incontro alle esigenze dei disabili e delle loro famiglie. Lei, psicologa, nata in questo quartiere di San Donato, in una casa a due traverse di distanza e che per i primi tempi coincideva con la sede dell’associazione, è cresciuta senza beneficiare di nessun servizio nella zona specifico per la sua condizione di disabilità e per la sua famiglia. Eh già, per la famiglia. “Da psicologa e da chi vive in prima persona la disabilità – mi dice Cristina – so bene che il rapporto di coppia dei genitori risente troppo di queste situazioni, per questo quello che vorrei fare con l’associazione è creare una rete di persone che donano un po’ del loro tempo, anche un’ora a settimana, per assistere i disabili a chiamata, in qualsiasi momento. Perché se moglie e marito vogliono andare a mangiarsi una pizza, devono anche poterlo fare, giusto?” Assolutamente sì. “Se una madre vuole andare dal parrucchiere un’ora, di pomeriggio, sarà pure in diritto di farlo, no?” Assolutamente sì. Tutto apparentemente scontato, peccato non sia così. Per un disabile, a San Donato, non è pure tanto scontato uscire di casa se si pensa che in una palazzina con diverse persone in questa condizione, lo scorso anno hanno bruciato l’ascensore, per un atto vandalico, e così ora se proprio  vogliono prendere una boccata d’aria, devono chiamare l’ambulanza. La prima curiosità che mi viene, davanti a una persona che ha visto la differenza tra un prima, senza associazione, e un dopo, è se il quartiere si sia accorto della differenza, se interagisce, se collabora. “No”. Laconica, ma più che esplicativa come risposta. Nessuna collaborazione, forse quest’anno si stabilirà un contatto con la parrocchia. Nessun coinvolgimento né interesse. “I problemi sono altri”, mi dice Cristina, “qua ci voleva qualcuno che distribuiva viveri e vestiario, i problemi sono altri” e poi di disabili non ce ne sono mica tanti, secondo Cristina. A chi dovrebbe interessare? A Sottosopra ne arrivano 15 (e sono già abbastanza per poterli seguire bene!) da Pescara e Montesilvano. Eppure, nonostante l’accoglienza freddina come l’architettura che circonda l’associazione, il lavoro di Cristina e dei suoi non perde lo smalto e continua ormai da anni, mattina e pomeriggio, lento ma incessante, tra corsi e laboratori. Il momento più intenso arriva d’estate, quando i ragazzi lasciano la calura del cemento per partecipare al centro estivo diurno: nella campagna di Loreto Aprutino, in una villa con piscina, si dà vita a un’esperienza di crescita e coinvolgimento con la presenza di otto educatori, per un rapporto quasi uno a uno che dà l’idea dell’attenzione e dell’impegno che servono e che l’associazione riesce a garantire. In questa, come in ogni piccola attività che Cristina mette in piede, non si ravvede mai l’ombra del passatempo, niente è lasciato al caso, al motto di “fare le cose e farle bene”.

A rileggere questo breve resoconto, sembra di essere stati in un posto un po’ al contrario, dove si trova un punto di colore nel grigiore, pieno di attenzione in un contesto dove la considerazione è scarsa, persone impegnate scanzonatamente, un mondo Sottosopra e non poteva che essere così.