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“Vi propongo un cambiamento mentale” – La sfida di Gheno

Come è stato più volte e da più voci ripetuto, siamo di fronte ad un vero e proprio cambiamento d’epoca, che – come tutti i grandi cambiamenti – provoca molte paure e, di conseguenza, grandi resistenze; un po’ come se facendo finta di nulla, procedendo come sempre, si potesse evitare di affrontare ciò che il contesto ci chiede. “Ha da passà ‘a nuttata”, come scrive il grande Eduardo in “Napoli milionaria” e come spesso abbiamo un po’ tutti il vizio di pensare.

Così vorrei proporvi anch’io un cambiamento – mentale, sia chiaro – e se considerassimo il cambiamento che questa volta ci è chiesto non come una sorta di coazione, ma piuttosto una opportunità. Una possibilità di svolgere ancora meglio la missione che liberamente, come terzo settore e come volontariato ci siamo assunti.

L’imperativo “si deve cambiare!”, si trasforma così in “come posso cambiare, per rispondere sempre meglio alle sfide che in nuovo mondo, la nuova epoca, mi pone?” Senza pretesa di esaustività vorrei provare a rispondere a questo interrogativo partendo dal mio specifico campo che è quello dell’apprendimento e della formazione.

L’apprendimento è lo strumento più potente che le persone hanno a disposizione per affrontare il cambiamento, l’apprendimento è quella risorsa che ci permette di cambiare in modo da non soccombere di fronte a ciò che cambia fuori di noi, anzi di governarlo, e la formazione è il processo che serve a facilitare il nostro apprendimento adulto. Fare formazione per affrontare il cambiamento richiede dunque due attenzioni particolari: una di processo, metodologica, l’altra di contenuto. Mi concentrerò brevemente ora su quest’ultima.

Quali contenuti sono richiesti dal cambiamento in atto nel Terzo settore tutto e nel volontariato in particolare? Mi pare si possano individuare tre grandi filoni: quello dell’innovazione, quello della sostenibilità e, infine, quello della valutazione.

Il primo filone è quello più immediatamente aperto al cambiamento in atto, anche in sede di riforma. Il terzo settore vede nascere nuovi soggetti, in parte totalmente nuovi, in parte frutto di ibridazioni tra settori prima molto distanti: quello dell’impresa e quello sociale che dovranno trovare il modo di integrarsi non solo in termini formali, ma soprattutto nel loro capitale umano. Inoltre, molta innovazione, anche in ambito sociale sarà prodotta o quanto meno sostenuta dalla digital trasformation in atto, questo implica sviluppare nuove competenze, ma soprattutto una nuova mentalità circa il ricorso alle tecnologie digitali.

Il secondo filone riguarda la sostenibilità del terzo settore, con due punti d’attenzione: da un lato la capacità di attrarre risorse economiche e finanziarie da una più ampia platea di soggetti, non più solo coincidenti con la Pubblica Amministrazione, dall’altro una migliore capacità gestionale delle risorse esistenti. Da un punto di vista formativo questo significa lavorare sulle competenze di fund raising, nonché – più in generale – sulle competenze manageriali.

Il terzo filone, a mio avviso, è quello relativo alla valutazione, non solo e non tanto perché in qualche modo le nuove norme la prevedono in modo categorico, ma perché essa rappresenta una concreta possibilità di empowerment del terzo settore e, io credo, di engagement dei suoi attori, volontari compresi. Valutare rappresenta la possibilità di verificare il buon uso delle risorse impiegate, in primis quelle umane, che rappresentano il vero tesoro del volontariato. Per la formazione questo significa lavorare innanzitutto a una sensibilizzazione sul tema, sentito così distante dai più, quindi sullo sviluppo di competenze progettuali e valutative.

 

Stefano Gheno, docente di gestione delle risorse umane, Università Cattolica di Milano

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